Le Trappole e le Serenate

Le Trappole e le Nocciole di Capodanno
Le buche per conservare o nascondere il grano.
 Se questo era un gioco prettamente riservato a ragazzi spericolati, ce n'era un altro che era praticato da ragazzi furbi e smaliziati, che consentiva loro la cattura di piccoli uccelli; “la Tagghjiola” (la trappola).
Veniva costruita artigianalmente con un filo di ferro zincato, non molto sottile, piegato in modo da dargli una forma tutta particolare.
In questi casi, un manico di secchio zincato, magari dismesso, era l'ideale per realizzare la trappola.
Veniva realizzata costruendo un manico, una parte lineare sulla quale si fissava la molla di scatto, ed una parte ricurva a semicerchio (?) che chiudeva la forma sul manico.
Non c’erano saldature tra le varie parti, ma solo concatenamenti di fissaggio tra loro.
Una seconda parte assumeva la stessa forma curva a semicerchio, che doveva essere agganciata a quella fissa e messa in funzione dalla molla di scatto.
Anche la molla non era facile reperire perché bisognava costruirla con acciaio sottile ed elastico e trovarlo non era facile.
Lo forniva solitamente un Copertone di macchina bruciato perché era parte costituente di esso.
Veniva avvolto a spirale sulla parte fissa, mentre la parte mobile veniva agganciata attraverso le due parti terminali della molla.
Qualora le due parti (fissa e mobile), venivano messe in rotazione per caricare la molla, s’imprimeva elasticità tale da impigliare e trattenere ben stretta la preda malcapitata.
La trappola si completava con un fermo utile a mantenere in tensione la parte mobile con la parte fissa, e con un anello con punta utile per fissare l'innesco costituito da un lombrico (la civatula). L'efficienza era tanto più elevata quanto più spire con l'acciaio si riuscivano a realizzare sulla parte fissa.
Questi arnesi rudimentali venivano innescati, come detto, con piccoli vermi (Civatula, piccoli lombrichi), ed il tutto veniva ben mimetizzato sul terreno e fissato con un piolo ed una corda per terra, per evitare che la preda se li portasse via.
Uno strappo all'innesco, faceva scattare la molla intrappolando il mal capitato uccello tra le fauci della trappola.
L’ora dell’innesco era solitamente il mattino presto ed il luogo era quello in cui, per abitudine, gli uccelli rovistavano tra foglie e terreno smosso, per trovare qualche vermiciattolo con cui nutrirsi.
L’esperienza suggeriva sempre Tre Canali e Gornelli, che divennero i posti più famosi di caccia perché, in questi posti, passeri, pettirossi e merli, abbondavano in quanto abbondavano i frutti nei vari orti presenti in queste località.
Era uno strumento di caccia che ognuno si portava dietro, soprattutto quando si recava in campagna per aiutare nei lavori dei campi i propri genitori anzi, erano spesso i genitori stessi che sistemavano le trappole nei migliori posti a loro noti e spesso, con buoni risultati; pure loro, “Armavanu la Tagghjiola”.
Uno dei dispetti che si perpetrava tra gli amici, era proprio quello di andare a scoprire dove erano state “armate”le trappole per poterle rubare o, per rubare la  
preda catturata.
Vere e proprie inimicizie sorgevano per questi futili motivi.
 Un gioco che invece accomunava i ragazzi e li rendeva vivaci e dinamici, era “Lu Ciolè”, un cerchio in ferro o un cerchione di una bicicletta, spinto con un bastone e rincorso per tutte le vie del paese.
Era forse lo strumento di gioco che tra i nove e dodici anni accompagnava, ovunque andassero, i ragazzi che lo possedevano.
Recarsi ad un negozio per comprare qualcosa per la mamma, era una scusa per farsi un giro col Ciolè, così come era un modo per rendere consenzienti i propri figli ad eseguire una determinata commissione a condizione che si consentisse loro di usare questo strumento di gioco.
Non esisteva strada non percorsa da questi “corridori improvvisati” anzi, spesso si organizzavano gite nella vicina San Pietro a Maida percorrendo i cinque chilometri che separano questi due luoghi, nel più breve tempo possibile.
Era proprio questa la sfida che spesso si faceva tra compagni di gioco e logicamente, vinceva chi aveva coperto il percorso nel più breve tempo.
Non fartene meraviglia se ti dico che ciò succedeva magari dopo avere giocato a pallone per un intero pomeriggio, perché è la verità. In gruppo, si concludeva la giornata con un giro per le vie del paese col Ciolè e nessuno, ha mai detto di sentirsi stanco per avere corso tanto.
 Ti ricordo solo un’ultima cosa che, i ragazzi del tempo facevano volentieri anche perché, da certi punti di vista era anche redditizia.  Un’usanza che la maggior parte dei ragazzi praticavano, nel giorno di capodanno, quando, di prima mattina, col buio, bussavano vigorosamente alle porte delle case vicine per augurare loro, con voce altisonante, un “buonU capUdanno”. 
 Per l’occasione, tutti si premunivano di un piccolo ma efficiente martello di legno (Mazzareggha), preparato per tempo dai falegnami locali, col quale bussavano sulle porte delle case per farsi sentire e farsi aprire per ricevere dalle persone “disturbate”, l’adeguata ricompensa per l’augurio portato. 
La scena si svolgeva quasi in piena notte con disappunto dei malcapitati che, erano costretti a svegliarsi, aprire la porta e accogliere i ragazzi per donare loro in regalo nocciole (nucigghi), noci ma, soprattutto fichi secchi (Scadi) che costituivano una risorsa importante e la cosa più apprezzata dai giovani ragazzi. 
Solo in rari casi si ricevevano in regalo dei soldi, e se ciò accadeva, si verificava solo tra parenti stretti.
Le nocciole erano anch’esse ben gradite perché si poteva giocare in uno spiazzo qualsiasi del paese, con gli amici, proprio a “Nucigghi”, costruendo dei piccoli castelli con le nocciole (Totari, tre per terra per formare la base ed una sovrastante) ed usando la nocciola più grande chiamata volgarmente (Mbagghu) per meglio colpirle da lontano l’intero apparato costruito. 
Il gioco consisteva nel porre per terra un numero stabilito di castelli Totari, disposti in modo da costituire una forma geometrica regolare (un quadrato o un rombo), procedere poi alla conta e il designato dalla sorte, postosi ad una certa distanza, tirava il primo colpo con la nocciola più grande (Mbagghu) per cercare di colpire e di far cadere il maggior numero di Totari, che naturalmente vinceva.  
Bastava avere quindi una buona dose di fortuna ed una buona coordinazione oculo-manuale per essere vincente.
Se rimanevano in piedi altri castelli (Totari), tirava il giocatore successivo, cioè quello posto alla destra del fortunato che era stato estratto nella conta e così via dicendo, proseguendo nell’ordine fino a quando tutti i castelli non finivano per terra. 
Risultava vincitore chi, con perizia balistica riusciva meglio nel fare questo o disponeva della nocciola più grande rispetto a quella posseduta da tutti i suoi avversari di gioco.
 Chi voleva barare, bucava con la punta di un coltello la nocciola più grande, con un fil di ferro, la svuotava dal nocciolo presente in essa e la riempiva con palline di piombo, abbastanza diffusi in Curinga per la presenza di molti cacciatori che confezionavano per conto proprio le cartucce da caccia.
Ritappavano il buco con la pece o con la polpa di un fico secco, camuffando il più possibile la magagna eseguita e, ad opera finita, usati nel gioco, diventavano micidiali.
Chi riusciva a barare, risultava sempre vincente; chi invece veniva colto sul fatto, veniva additato da tutti come imbroglione e una volta riconosciuto come tale, veniva escluso dai vari gruppi di gioco.
 Dopo questa breve digressione, ritorniamo sui nostri passi e continuiamo il nostro percorso lungo via Ospizio.
 Nello spiazzo antistante la fontana di questo rione, c’erano quattro calzolai nel breve spazio di pochi metri poco distanti l’uno dall’altro.
Il Calzolaio Joele, il Calzolaio Grasso Elia col figlio Antonino (anche se si dedicavano spesso ad altri lavori), il Calzolaio Granata, il Calzolaio Pomparelli, anche Maestro di Musica.
Quest’ultimo ha diretto la banda musicale messa su e diretta per lungo tempo dallo Zio Maestro Alfredo, famoso compositore di marce per complessi musicali.
 La Banda si esibiva alle feste patronali e religiose, anche di paesi vicini, nonché in accompagnamenti funebri quando veniva richiesto. 
Inutile dirti che i lavori in queste piccole botteghe di Scarperia, servivano i propri clienti, riparando o costruendo scarpe nuove di “sana pianta”, da utilizzarsi in tutte le occasioni di vita.  
Ti racconto adesso una cosa che, nei tempi bui del Fascismo, veniva messa in atto per nascondere il grano dalla requisizione del prodotto in nome della Patria, mentre nei periodi normali, per conservare le semenze per la nuova semina: erano delle buche praticate lungo la strada e ben nascoste ai passanti.  
Alcune di queste erano poste proprio sulla discesa di via Ospizio, ai limiti bassi dello spiazzo, dove si trova la fontana, e venivano usate dai contadini di tutto il vicinato per fare l’uso di cui ti ho parlato. 
Erano delle buche profonde, ben scavate e ben isolate dall’umido delle loro pareti con Felce, ben essiccata e ben intrecciata in lunghi rotoli attorcigliati, posti a ridosso delle pareti, in modo da evitare il diretto contatto dei sacchi di Grano o di Granaglie con le pareti stesse. 
Venivano ben coperte e ben mimetizzate e, nessuno che non fosse del vicinato, poteva immaginarne l’esistenza.
I lavori degli artigiani, uniti ai lavori dei contadini nei campi, hanno sostenuto l’intera economia del paese.
Per cui i falegnami, i fabbri, i barbieri, le tessitrici, i meccanici, i sarti, le ricamatrici e le sarte, sperando di non avere dimenticato nessuno, hanno operato per il loro bene personale e per quello della comunità.
Anche questo rione era arricchito di queste attività, con la presenza della Sarta Pomparelli, della Tessitrice Donna Concettina Bianca, della sarta Gugliotta Elisabetta, del Fabbro Frijia Antonino, del Falegname Gugliotta, che ha più volte cambiato ubicazione, spostando la sua attività in altri rioni.
Questi artigiani, operavano svolgendo la loro attività dentro casa o, in ambienti che facevano sempre parte della casa paterna (Catuojiu).
Ai tempi, la giornata lavorativa iniziava prestissimo e, il rumore del fabbro che martellava il ferro caldo o del falegname che spianava e lavorava il legno, non ha mai provocato alle famiglie vicine, fastidi tali da indurli a proteste perché tutti erano consapevoli che i rumori facessero parte del mestiere e che bisognava lavorare per tirare avanti la propria famiglia.
 Sguardi e Ammiccamenti
tra ragazzi innamorati
 Nel nostro peregrinare, non ti ho parlato dei rapporti sociali che in Curinga si vivevano, così come non ti ho descritto la vita dei ragazzi che, non possedendo passatempi diversi dal pallone o dai giochi infantili dei quali ti ho già parlato, si associavano e si legavano in amicizia ai propri coetanei in modo spontaneo e sincero così come oggi non accade più.
I ragazzi, amici tra di loro, si ritrovavano, si dedicavano al lavoro dei campi aiutando le proprie famiglie, passeggiavano, si scambiavano opinioni, giocavano assieme ma soprattutto si stimavano e si volevano bene come fossero fratelli.
Nell’età dell’innamoramento erano interminabili le attese o le passeggiate per un certo luogo fino a quando non si riusciva a vedere quella che si considerava la propria ragazza, almeno per un attimo.
Inconcepibili per i tempi le passeggiate mano per mano così come inconcepibile era una possibile passeggiata in piazza in compagnia di quella che sarebbe potuta diventare una probabile futura moglie.
Ed allora gli sguardi si riservavano tutti per la Domenica in chiesa, quando posti nei punti strategici dove era possibile vedere o, intravedere la propria ragazza, e non essere visti dai genitori o dal parroco, si rivolgevano cenni d’intesa che facevano intenerire il cuore ed innamorare le ragazze. Ricordo ragazzi poggiati ad un muro o seduti su un gradino della soglia di casa ad aspettare che si aprisse una finestra o, da dietro s’intravedesse passare la ragazza motivo dell’attesa e solo questo bastava per rendere felici i giovani innamorati.
I più temerari, per non farsi scoprire dai genitori o dai parenti vicini, con sassi o con fionde, rompevano spesso la lampadina che illuminava il vicolo di notte e la loro presenza veniva segnalata solo dal chiarore di una sigaretta accesa.
Troppe limitazioni e proibizioni all’eccesso, con controlli diretti o indiretti sulle proprie figlie, tanto da negare loro anche le più piccole libertà.
Tremenda e penosa l’attesa nei periodi invernali, sotto la pioggia e con il freddo, al riparo di un portone con la solita speranza di un’incantevole visione della propria amata. 
Spesso i ragazzi legati da profonda amicizia, si spostavano da un luogo ad un altro e si cronometrava il tempo di permanenza in una determinata zona per non essere da meno nella sosta successiva che, rigorosamente, doveva eguagliare quella precedente e tutte le successive.
Erano le soste doverose dove ognuno palesava interesse per una ragazza che lì abitava e, a rotazione, veniva soddisfatta l’esigenza di tutti i partecipanti al gruppo.
 Purtroppo capitava che i posti si trovassero anche lontani tra loro e così, dopo una lunga passeggiata nella zona Sotto Via, bisognava recarsi a Notar Cola o al Piano Bevilacqua o addirittura a Rivenzino o al Piano delle Aie e ciò si faceva con semplicità e spensieratezza.
Non con le macchine come succede oggi ma, a piedi e solamente a piedi, macinando chilometri su chilometri supportati però da quell’esile speranza di una piccola ma significativa visione.
Le opportunità di vedersi erano veramente poche: la Messa della Domenica, le lezioni di catechismo, le Feste comandate che prevedevano processioni e feste di piazza, i luoghi dove le ragazze, come ti ho raccontato, si recavano per imparare l’arte del cucito e del ricamo, e per ultime le Fontane del paese dove le ragazze venivano mandate dalle mamme, con le dovute raccomandazioni, ad attingere acqua potabile per la casa. 
Rarissime le passeggiate tra amiche verso la periferia del paese così, Sant’Elia era la meta per le ragazze che si recavano dalle suore per ricamare, Gornelli era la meta per le ragazze per attingere l’acqua così come la fontana del Passo o di Notar cola o altra, ed in queste occasioni, l’amato di turno, nella maggior parte dei casi, era sempre presente, sempre lì ad attendere.
 Sorgevano litigi anche per una possibile assenza o per un mancato appuntamento, ed in questi casi subentravano sempre le amiche, vicine di casa, che fungevano da messaggere, riportando messaggi verbali ed alcune volte anche bigliettini scritti.
Le lezioni di catechismo erano frequentatissime per la gioia e con l’approvazione del Parroco del tempo, e lo erano perché le Catechiste erano spesso le ragazze del contendere. 
Non c’erano telefoni di casa ne’ cellulari così, l’alternativa era solo e soltanto la presenza fisica in un determinato luogo e in un determinato momento oppure il messaggio scritto inviato tramite le amiche fidate. Ricordo serenate fatte al chiarore di luna, soprattutto quando l’evento del fidanzamento era prossimo e certo.
Muniti di Chitarra, Fisarmonica e Mandolino e con “cantanti” improvvisati, sotto la finestra dell’amata o in prossimità dell’abitazione di questa, si cantavano canzoni d’amore appassionate che scioglievano i cuori dei due innamorati e li rendevano ancor più uniti nell’amore.
Gli strumentisti, qualora non facessero parte della stretta cerchia di amici, venivano assoldati per assolvere al loro compito di accompagnatori musicali e spesso, per farsi riconoscere dall’amata, cantava anche l’interessato, stonando magari qualche nota ma, voglioso di farsi sentire dalla sua cara.
L’accompagnamento non era solo musicale perché fiaschi di vino pane e soppressate, che era spesso il compenso per l’opera prestata, rallegravano ulteriormente la compagnia così, la musica diventava più fluida più calda ed appassionata.
Quando le serenate non erano gradite, soprattutto dai genitori della ragazza, le stesse si tramutavano in rissa verbale e non solo, con secchiate di “acqua”, non sempre potabile, buttate giù dalla finestra sugli astanti.  Queste situazioni di contrasto, conducevano spesso a quelle famose “Fuitine”, che si concludevano però pacificamente col matrimonio.  Alla fine, come nelle favole più famose, tutti vivevano “Felici e Contenti”.