Il Palazzo Bevilacqua e lu Pirruocciulu

Il Palazzo Bevilacqua
Tra storia vera e storia Raccontata

 Adesso ti porto nella zona alta del paese, zona dalla quale si possono ammirare panorami incantevoli, con “uno sguardo sul Tirreno” che abbraccia l’intera piana del lametino e il golfo di Sant’Eufemia, nonché le più famose e note Isole Eolie.
Le prime due porte che incontriamo sulla nostra sinistra salendo verso San Rocco, costituivano l’abitazione e la sede principale dell’Esattoria Comunale di Curinga, di proprietà della famiglia Gullo. 
Ubicata sotto l’abitazione di Don Pietro, era la sede dalla quale i vari “uscieri”, nei tempi difficili del dopoguerra, partivano per far visita (pignorare) a quei cittadini morosi nel pagamento delle tasse comunali, ma affollata quando pensionati e salariati statali, nonché pensionati di guerra dovevano ritirare l’indennità, istituita a carico dello Stato, il “caropane”.
Risalendo ulteriormente la strada, raggiungiamo “a posta vecchja” con una diramazione di strade che conducono a Notar Cola, a San Rocco, a San Giuseppe e all’Addolorata.
Questa costruzione che rimane sulla nostra destra è il Palazzo Ferraro, una struttura imponente, appartenente alla stessa famiglia e nella quale, per lungo tempo ha esercitato la professione di Medico Condotto il Dott. Pasquale Ferraro, discendente del più famoso Dott. Pasquale Ferraro, Professore Ordinario di Medicina e chirurgia all’Università di Messina.
Attorno a questo crocevia operavano quattro attività di cui tre di generi alimentari ed una di Sarto - Barbiere.
La prima era quella del Sig. Gugliotta Antonio, sarto e barbiere che svolgeva la sua attività in quel locale a noi difronte.  
Gli uomini del rione costituivano la sua principale clientela, anche se, per le sue ottime qualità professionali di sarto, recuperava clienti anche nel resto della popolazione nonostante la presenza di molti altri Sarti nel paese.
Sulla sinistra, un generi alimentari con annessa cartoleria dalla quale il proprietario, Sig. Lo Russo G. Battista, traeva i maggiori guadagni.
Era sosta obbligata per gli scolari che dovevano rifornirsi di quaderni, matite, gomme, pennini ed “inchiostro”, elemento essenziale per poter scrivere con le penne dell’epoca dotate di pennino.
Difronte, un locale occupato prima dalla falegnameria di Mastro Umberto Vono e successivamente, quando questa si è trasferita in altro locale, da un genere alimentare gestito da Gullo Giuseppe.  Analoga attività ha svolto Elisabetta Perugino che gestiva il suo genere alimentare sotto la casa di sua proprietà.
La presenza “massiccia” di queste attività che univano al genere alimentare la cartoleria, è spiegabile visto che a Notar Cola si trovavano due scuole elementari e a San Rocco, nel Palazzo Rosso, ne erano ubicate altre.
I migliori clienti di questi negozianti erano proprio gli scolari obbligati a passare da queste strade per recarsi a scuola perché, “l’oggetto dell’ultimo momento” veniva comprato proprio nei loro negozi.
Salendo per San Giuseppe, si poteva vedere mastro Elia Perugino lavorare il legno nella sua falegnameria che si trovava nel locale dove adesso c’è un garage, sulla sinistra dell’arco “Ferraro”.
“Mastru Lia” era un caratteristico personaggio, sia per la Pipa che teneva sempre in bocca, anche nelle fasi più impegnative del suo lavoro, sia per il suo manifesto ideale Socialista che lo ha sempre contraddistinto e che non ha mai rinnegato.
Le sue figlie contribuivano all’economia familiare tessendo costantemente trame, per conto terzi, ai telai di loro proprietà.
Risalendo per Palazzo Bevilacqua ricordo il Mulino e il Panificio di Giuseppe Perugino.
L’odore del pane fresco si sentiva da lontano ed anche ora che sono passati tanti anni, se ci penso, ho la sensazione di sentire ancora quel profumo che entrava nelle narici lasciando una piacevole sensazione di sazietà.
Era il Pane appena sfornato ed un misto di odori e rumori che, nonostante tutto, faceva sempre piacere sentire e che non ha mai disturbato.
Il rumore costante del mulino significava grano, farina e quindi “fhilatiegghj” e pane, elemento indispensabile alla normale alimentazione, mentre l’odore del pane fresco, delle focacce, e “de viscottina” al finocchio, risollevava anche chi, il pane non se lo poteva permettere.
I tempi che sto cercando di raccontarti, non sono stati facili per nessuno ma, nonostante tutto, ognuno ha vissuto la propria vita dignitosamente.
Risalendo la strada per raggiungere il Palazzo Bevilacqua, incontriamo la Chiesa di San Giuseppe fondata nel 1650 dal Medico Don Domenico Coletta.
 Una Chiesa di rione restaurata per interessamento del Parroco Don Antonio Bonello e nella quale si celebra solo nel giorno di San Giuseppe (19 Marzo).
Siamo adesso arrivati in Piazza Bevilacqua posto dal quale si gode quel panorama del quale ti ho parlato in modo estasiato, quando eravamo ancora in America.
Ora ti voglio raccontare un po’ di storia legata a questo Palazzo e a questa famiglia, quella a me nota s’intende, perché penso racchiuda in essa, anche parte della storia del popolo curinghese.
Il Palazzo mi è stato detto che è appartenuto, fino agli anni ’70, alla famiglia Bevilacqua, una delle più importanti e ricche famiglie del paese; ora è di Proprietà del comune di Curinga che l’ha rilevato, l’ha ristrutturato e reso in parte, Museo Artigianale.
Il piano superiore lo ricordo caratterizzato da saloni dai cui balconi si godono visioni incantevoli che, nelle giornate serene, si arricchiscono con la visione dello Stromboli fumante e di tutte le Isole Eolie.
Eccellenti gli affreschi che si trovano all’interno di questo palazzo realizzati da due artisti provenienti dalla vicina Pizzo: Carmelo Zimatore e Diego Grillo, zio e nipote rispettivamente.
Il Palazzo come vedi, si sviluppa su due piani ed è costituito da innumerevoli stanze alcune delle quali venivano adibite dai vecchi proprietari a magazzini, altre fungevano da cucina, mentre la maggior parte costituivano le sale di rappresentanza con giardino annesso e con terrazzo che si affaccia sulla pianura di Sant'Eufemia.
Sugli autori degli affreschi che arricchiscono la bellezza e il valore di tale palazzo, ho avuto modo di indagare ed ho scoperto che la loro arte è abbastanza diffusa nei paesi della Calabria.
Ti ricordo solo le poche notizie che ho potuto scoprire leggendo alcune recensioni riguardanti le loro opere e, naturalmente, quelle riguardanti la loro Biografia.
 Zimatore Carmelo - Pizzo, 16/07/1850 - Pizzo 20/03/1933
 Pittore e decoratore insigne senza dubbio fra i più bravi che la città abbia avuto, vero maestro nell’arte dell’affresco e del ritratto.
Studiò pittura a Firenze ove fu per breve tempo allievo di Michele Gordigiani, pittore di corte, dal quale apprese la tecnica del ritratto assimilandone i segreti dei chiaro-scuri e le vaporose delicatezze dei volumi.
Sempre a Firenze, si diplomò in disegno ed ebbe, per la precoce bravura, il riconoscimento di maestro.
Dopo molti anni di lavoro in Toscana, si trasferì in Calabria divenendo ben presto famoso e conteso dalle chiese del Meridione.
 Altri suoi pregevoli lavori si trovano nelle chiese di Pizzo, nella Certosa di Serra San Bruno, a Fabrizia, a S. Andrea Ionio, a Polistena e in centinaia di altri luoghi sacri del Meridione.
 Grillo Diego - Pizzo, 26/01/1878 - Pizzo, 23/06/1963
 Valente pittore e decoratore, nipote dell’artista Zimatore, studiò a Napoli ove ebbe famosi maestri come Michetti e Palizzi.
Diplomatosi in quell’istituto di Belle Arti, ancora giovane, si stabili a Pizzo ed iniziò a lavorare assieme all’ormai conosciuto zio con il quale decorò centinaia di luoghi sacri della regione.
La qualificata coppia di artisti fu circondata da una schiera di promettenti allievi desiderosi di apprendere tecniche e segreti dell’arte classica.
Dipinse paesaggi e nature morte ma soprattutto affrescò, con buoni dipinti, un gran numero di chiese fra le quali ricordiamo: La Certosa di S. Stefano del Bosco, l’Abside della chiesa matrice di Rosarno e la volta della stessa dipingendo la leggenda della Madonna Nera, le Cattedrali di Mileto ed Andria, la Collegiata di Pizzo, la Matrice di Seminara, di Moliterno (Potenza), di Berna, di Gimigliano, Fabrizia, Serra San Bruno, S. Andrea Ionio, ecc. Fu maestro nell’affresco, nel restauro e nell’arte della decorazione.
Ritornando alla storia del Palazzo, ti posso dire che gli affreschi più grandi e significativi si trovano nei tre saloni di rappresentanza, ma se ne trovano anche nella sala da pranzo e nella cucina. Ricordo anche un Altare al piano superiore ma, mi hanno detto che, in recenti restauri e trasformazioni strutturali, hanno demolito questo “angolo di preghiera” per trasformarlo in “bagni”.
Inaudito. “Semplicemente un OBROBRIO” con una nota di demerito per l’Architetto progettista e restauratore nonché per chi ha diretto questi lavori. 
 Aggiungerei in questa nota di demerito, anche la Sovrintendenza ai Beni Culturali che non ha saputo, in quest’occasione, riconoscere non tanto il valore artistico in se di quest’opera ma, piuttosto il valore morale che tale Altare portava con sé.
Per la posizione, per la grandezza e per il prestigio della famiglia Bevilacqua, il Palazzo costituiva un riferimento importante per gran parte della popolazione che vedeva nei proprietari non solo possibili datori di lavoro, ma anche persone generose capaci di sfamare chiunque si accostasse al loro portone.
 A ricordo della sosta in questo Palazzo di Giuseppe Garibaldi, fu posta all’esterno una lapide che ne ricorda l’evento, scoperta in occasione del centenario, alla presenza del nipote di Garibaldi, avvenuta nel 1961.
La maestosità del Palazzo vedeva nei piani terra, locali adibiti a deposito per il grano, per il vino e soprattutto per l’olio che i Bevilacqua producevano nel loro Frantoio che occupava l’ultimo dei locali del piano terra posto sulla destra dello stesso Palazzo. 
 Grossi proprietari terrieri e grandi possedimenti; costituirono per lungo tempo la famiglia più facoltosa del paese, la famiglia più ricca, la famiglia che ha visto tra i suoi discendenti anche un Podestà nel periodo di regime Fascista.
Anche il Frantoio di loro proprietà è storico perché è stato uno dei primi in Curinga ad essere azionato a energia elettrica.
Moliva inizialmente, solo e soltanto le olive provenienti dalle proprietà del suo padrone che erano tante e tanto estese e che, per poterle individuare, era necessario guardare la cartina geografica. 
Favarella, Rizzello, Fiume Amato, Sirene ecc. erano, non semplici proprietà ma distese di piantagioni di Uliveti, grandi vigneti, estesi frutteti o masserie che costituivano la loro ricchezza e che hanno fatto la loro fortuna.
Se a questi si aggiungono le mandrie con pecore, mucche, maiali e altro che gli consentivano di commerciare in carni, allora si possono comprendere meglio quali fossero le forze economiche di questa famiglia che comprendeva i capostipiti “Ferdinando; Domenico; Francesco Paolo e Francesco Antonio”.
Prima di continuare il nostro percorso e raccontarti un altro pezzo di storia curinghese, ti voglio raccontare un po’ di storia di questa famiglia perché ne vale la pena e perché, come ti ho detto, era questa la famiglia più importante per i curinghesi.
Devi sapere che in Italia, agli inizi del ‘900 e nel periodo Fascista, i tempi non erano facili per nessuno, e Curinga, non è stata esente da queste difficoltà.
La Terra non era equamente distribuita e il popolo contadino viveva soprattutto di “manovalanza giornaliera” fatta prevalentemente nei campi e sui terreni dei Grandi Proprietari Terrieri. 
Lavori di scalzatura del terreno, di potatura dei vigneti o delle piante d’Ulivo, semina e raccolta del grano o di altri frumenti, raccolta delle olive, vendemmie, coltivazione dell’orto e . . . sempre e solo “lavoro di braccia” che poco rendeva ai poveri contadini obbligati a questi lavori.
In questa situazione, nemmeno gli artigiani potevano vivere tranquilli del loro lavoro perché, una “cattiva annata”, si ripercuoteva inevitabilmente anche sui loro guadagni che erano spesso fatti di derrate alimentari e prodotti della terra con i quali i committenti pagavano le prestazioni ricevute.
 Per la coltivazione dei grandi possedimenti, era un accaparrarsi di forza lavoro produttiva dalla quale venivano esclusi (“scartati”) quegli operai poco promettenti in salute, perché c’era da lavorare e, lavorare sodo.
Quando l’emigrazione spopolò le campagne perché alla dura fatica non corrispondeva più un’adeguata resa e la gente preferì emigrare in America, in Belgio, in Francia o, semplicemente nell’Italia settentrionale, allora, i grossi proprietari furono costretti a cedere nelle loro pretese e quello che prima era il “guardiano” delle sue terre, diventò poi il suo mezzadro, con terre concesse a metà, con l’obbligo della coltivazione da parte del mezzadro e la spartizione a “metà” di quanto prodotto.
Si stipulava, infatti, un “Contratto agrario”, spesso a voce, e sancito con una stretta di mani, con il quale i prodotti venivano divisi a metà fra il proprietario della terra e il coltivatore. 
Venivano addirittura concessi in mezzadria ettari di terreno e su questi, oltre alle tradizionali coltivazioni di grano, mais e frumenti vari, venivano spesso allevate mandrie di pecore, mucche e maiali, sempre con la clausola che, “solo uno su cinque”, qualora si trattasse di maiali, costituiva un diritto di proprietà per il mezzadro.
In questi tipi di contratti avevano sempre la meglio gli uomini più prosperosi e sani in salute, quelli che, in poche parole, potevano garantire efficienza e soprattutto produzione col loro lavoro.
 I lavori dei campi, certe volte, subivano dei ritardi non voluti, che obbligavano i contadini a fermi forzati.
Quando le cattive condizioni atmosferiche e le piogge insistenti, rendevano impraticabili e paludosi i terreni, non era possibile recarsi nei campi, e quando ciò accadeva, le numerose “cantine locali”, si riempivano a dismisura.
Si giocava a carte, si beveva del buon vino e spesso, tra le persone più suscettibili ed alticce, scoppiavano delle liti futili che spesso degeneravano.
La Cantina, era comunque anche il luogo dove si contrattava il lavoro del giorno dopo o, addirittura, per l’intera stagione, perché era di uomini che aveva bisogno la terra, perché di macchine agricole, ancora, se ne vedevano molto poche.
Una chicca: Ti racconto ciò che a me è stato raccontato da persone anziane, che di storia locale erano a conoscenza, o per averla vissuta direttamente o, per averla ascoltata.
La Famiglia Bevilacqua, in tempi di vera magra e quando la fame e le pestilenze la facevano da padroni, ha avuto dalla sua tanta buona fortuna che l’ha messa al riparo anche da queste tremende calamità.
Erano i tempi in cui la Piana di Sant’Eufemia non era stata ancora Bonificata, e quando la stessa si presentava come un’estesa palude, fonte di malaria e di malattie infettive e incurabili.
Una pestilenza aveva distrutto buona parte degli allevamenti in tutto il comprensorio Catanzarese ed in particolare in quello lametino. Malaria e insetti di ogni tipo avevano in gran parte contribuito a queste pestilenze che distruggevano raccolti e uccidevano gli animali di allevamento.
Non quelli dei Bevilacqua che hanno avuto la buona intuizione o la semplice fortuna di allevare, assieme alle mucche e alle pecore e capre, un consistente numero di maiali.
Ebbene, furono proprio questi ultimi che, smuovendo il terreno sabbioso di contrada Sirene dove si trovavano questi grossi allevamenti, nella ricerca di radici e tuberi da mangiare, dissestavano il terreno distruggendo contemporaneamente l’habitat, i nidi e le uova dei parassiti, che morivano inevitabilmente. Ciò che si manifestava in altri luoghi, non si manifestò negli allevamenti dei Bevilacqua consentendo a questi, floridi allevamenti e un florido commercio di carni con i paesi limitrofi che rese sempre più ricca questa famiglia.
“E’ proprio vero: l’acqua scorre sempre verso il mare”.
Mio padre mi raccontava che Francesco Antonio, nelle vesti di Podestà, era stato il più importante tra tutti i membri di questa famiglia.
Possedeva un Cavallo e un cocchiere (don Ciccio Grillo di origini Pizzitane), nonché una carrozza che custodiva in questo locale difronte il palazzo, e che in assenza di macchine, lo portava ovunque volesse recarsi.
Francesco Antonio Bevilacqua sposa la N.D. Romeo Amelia e da quest’unione nascono ben sette figli:
Antonio (che sposa Giulia Stillitano da Pizzo) la loro figlia Franca sposa un Bardari.
Elisa (che sposa il Deputato Renda da Nicastro) senza prole.
Orsolina (che sposa un certo De Stefano da Girifalco.)
Bettina (che sposa Ercole Massara da Monterosso.)
Bernardo (rimasto celibe)
Ferdinando (che sposa donna Esterina da Vibo Valentia.)
Bonaventura (che sposa la vedova dell’avv. Mancuso, una certa Pugliese Angela e dalla cui unione nasce Bernardino successivo quasi unico erede di zio Bernardo) ed Amelia divenuta poi moglie del dott. Lazzaro da Catanzaro.
Questa, per sommi capi, la genealogia di questa ricca famiglia curinghese.
U Pirruocciulu e Mastru Nicola
Le attività nel rione San Rocco
 Dopo averti raccontato un po’ di storia riguardante il Palazzo Bevilacqua, torno adesso a parlarti dei Frantoi e di tutte le attività che si svolgevano nel rione San Rocco.
Se ci sporgiamo da questo muro, proprio sotto operavano due Frantoiani: Nicola Diaco e Don Battista Lo Scerbo.
I Frantoi erano separati da un muro divisorio ma non vi è stata mai rivalità tra i due proprietari che svolgevano la stessa attività e che si sono sempre reciprocamente rispettati.
Addirittura, in zona Notar Cola, esisteva un altro Frantoio, di proprietà Panzarella Francesco e Giuseppe, e tutti lavoravano ininterrottamente giorno e notte, tanta era la produzione di Olive in determinate annate degli uliveti curinghesi.
Se si scende quel vicoletto sotto strada, si può vedere il posto, dove operava mastro Peppino Perugino, un altro Falegname curinghese.  Chi si trovava a passare per la strada principale, sentiva solo il rumore delle macchine utensili in funzione e, nelle belle giornate, si vedevano le ante lavorate poggiate al muro esterno. Persona molto seria e, grande lavoratore.
Due sorelle, due Telai e due Tessitrici.
Erano le sorelle Serrao (Maria e Laura) che, come tutte le altre, lavoravano indefesse per l’intera giornata solare tessendo coperte e facendo divenire quest’attività la loro professione e l’unica loro fonte di sostentamento.
Lavoravano soprattutto per “terzi” tessendo trame che costituivano poi i corredi delle ragazze da marito.
Coperte, lenzuola asciugamani e tovaglie di ogni tipo che venivano poi ricamate dalle mani sapienti delle ricamatrici, e contrassegnate con le iniziali del nome e cognome delle committenti.
 Gli asciugamani e le tovaglie, quasi sempre, venivano corredate di frange.
Risalendo verso San Rocco, due Fabbri: i fratelli Giuseppe e Vincenzo De Nisi.
Due lavoratori del ferro che nel lavoro s’integravano e si completavano a vicenda.
Quando uno dei due era intento a forgiare i “ferri” per ferrare gli asini, l’altro predisponeva gli zoccoli togliendo i ferri vecchi e li preparava al fissaggio di quelli nuovi.
Un Lavoro a catena che consentiva loro di smaltire più facilmente il lavoro stesso e di accorciare i tempi di lavorazione.
L’avvento delle nuove saldatrici unita alla comparsa dei nuovi mezzi di locomozione provocarono la quasi totale scomparsa degli animali da ferrare, e l’attività dei Fabbri rivolse maggiore attenzione verso l’edilizia abitativa dove era necessario predisporre i gabbioni per le travi di sostegno in cemento armato.
Un’altra tessitrice in un vicolo cieco e in un locale posto sotto la casa di sua proprietà. 
Era Teresina Currado che con mani sapienti tesseva ininterrottamente anche lei coperte e trame di ogni tipo.
A Lei si devono molti paramenti sacri, tovaglie per gli altari delle chiese e finimenti per gli abiti sacerdotali, usati per celebrare messa o per presiedere ad altro tipo di funzione religiosa.
Questo tipo di lavoro richiedeva più degli altri un “tocco artistico” che, nelle artigiane locali non è mai mancato anzi, l’hanno esaltato fino a rendere i vari prodotti unici e rari.
Ti parlo ora della Falegnameria di Mastro Nicola Rondinelli.
Era una delle poche che disponeva di “Tornio da legno” usato per la costruzione dei Mozzi per le ruote dei Carri, ma anche per produrre artistici Mortai, largamente usati per ridurre il Sale Grosso, molto diffuso ai miei tempi, in quello fino e Trottole (pirruocciula) che, per i ragazzi del tempo, costituivano il giocattolo per eccellenza.
'U pirruocciulu’ dopo il pallone era il giocattolo più apprezzato dai ragazzi.
Veniva fatto piroettare attraverso l’uso di un laccio, accuratamente avvolto attorno alla trottola, a partire dalla punta estrema sin quasi alla sua sommità.
Le tecniche di lancio per mettere in rotazione la propria trottola erano diverse: "a tira lazzu", "supra manu" e "sutta manu".
A tira lazzu, era il modo più semplice di gioco, ed era quello d’iniziazione, usato soprattutto dai principianti, dai più piccoli, da quelli cioè che cominciavano a giocare per la prima volta “cu lu pirruocciulu”.
Gli esperti della tecnica “supra manu”, erano in grado di far ruotare tanto velocemente la propria trottola fino a fargli emettere un ronzio particolate (sienti cuomu runzìjia u pirruocciulu mio) e la rotazione era tanto duratura da stancare i ragazzi nell’attesa che cessasse la sua rotazione.
Per migliorare la durata di rotazione, alcuni usavano ammorbidire la corda con acqua (o con saliva) e così facendo, la trottola “runzijiava” ancora di più.
Ogni periodo era buono per giocare con la trottola, ma a Curinga, era la Fiera dell’Immacolata che i ragazzi aspettavano per poterla comprare a basso costo.  In quest’occasione, ogni ragazzo si attrezzava, comprandone anche una “pila” (quattro o sei trottole ancora unite l’una all’altra) per non rimanere senza nei casi in cui rimaneva perdente nel gioco del “chi va sotto”. Le nuove trottole, realizzate soprattutto nelle falegnamerie delle Serre calabresi, erano, in ogni caso, di qualità inferiore rispetto a quelle prodotte dalla falegnameria Rondinelli.
Queste ultime, infatti, venivano curate nei minimi particolari ma soprattutto erano più resistenti perché costruiti con legno duro e ben essiccato.
Una volta comprate, ci si recava presso un Fabbro ('u fhorgiaru), per dotare le proprie trottole di punta di ferro ('a vombara), in modo tale da aumentare la sua aerodinamicità e la sua pericolosità.
Chi non poteva permettersi l’opera del Fabbro, o era ancora troppo piccolo d’età, usava come punta una zeppa “Attaccia” (tipo di chiodo usato dal calzolaio per rafforzare le suole delle scarpe dei contadini).
A svolgere tali operazioni erano spesso gli apprendisti di bottega ('i discipuli) per cui, avere un amico discepolo di Fabbro, in questi casi, era più utile che mai.
Nella Falegnameria di mastro Nicola Rondinelli, era diventato esperto il figlio Elia a produrre trottole di qualità.
Era comunque necessaria la presenza di almeno un’altra persona, spesso il ragazzo committente, per poter girare una manovella con la quale si metteva in azione il Tornio.
Piazza Immacolata, la Villa, “u chianu e menzalora” o qualsiasi altro rione del paese era buono per disputare le gare di Trottala, con il perdente che rischiava di perdere definitivamente “u pirruocciulu” nel gioco ingrato di “cu va sutta”.
La formula preferita dei giochi in uso a Curinga era proprio: “a cu va sutta”, un tipo di gioco che coinvolgeva a livello sentimentale tutti i partecipanti e che, spesso, creava inimicizie irrisanabili.
I modi per scegliere chi, tra i concorrenti doveva “stare sotto”, erano diversi: si poteva stabilire facendo la conta tra i partecipanti oppure “stava sotto” la trottola che, nella prova preliminare di durata in rotazione, si fermava per prima. Tutti gli altri, a turno, tiravano su di essa la propria trottola cercando di colpirla e scheggiarla per renderla, alla fine, il più possibile inutilizzabile. Ogni giocatore faceva così dopo aver azionato la propria trottola, e continuava a “punzecchiare” prendendola sul palmo della mano e facendola cadere, con la punta, sulla malcapitata trottola ferma per terra.
Tutto ciò era possibile perché, con metodo e destrezza, ogni giocatore dopo aver poggiato le nocche e parte del dorso della mano sul terreno, divaricava il dito indice e il dito medio in modo tale che la trottola girando salisse sul palmo della mano.
Una volta riusciti nell'impresa la si lasciava ricadere a terra vicino o sulla trottola dell'avversario.
Al giocatore che sbagliava a tirare la trottola, o non riusciva a toccare quella a terra per il numero di volte stabilite, toccava occupare il posto della trottola “do’ pirruocciulu” rimasta a terra. Era quindi un gioco di abilità e destrezza.
Un altro tipo di gioco consisteva nello spingere, la trottola che stava in terra fino a raggiungere una buca prima costruita (la meta).
Alla Trottola cui era fatta raggiungere la meta, a turno e sulla parte superiore erano inflitti tanti colpi (sempre secondo quanto stabilito prima di iniziare a giocare, di norma cinque oppure dieci), dati con forza con la punta della trottola ('a vombara).  
Scopo delle "punzonate" era riuscire a spaccare 'u pirruocciulu dell'avversario. In questi frangenti veniva fuori il livello di amicizia che legava i contendenti perché, il vero amico faceva di tutto per non recare danni irreparabili alla trottola, mentre quelli che lo erano meno si accanivano con forza infliggendo delle lesioni irreparabili. 
Il comportamento era ricambiato non appena se ne presentava l’occasione.
Alcuni, per evitare di farsi rompere la trottola buona, quella fatta da Mastru Nicola, avevano 'u pirruocciulu e riserva’ che usavano solo in quest’ultima fase.
La trottola quindi diventava spesso un giocattolo "crudele", capace di sfregiare o addirittura frantumare la trottola del perdente usando proprio la punta metallica della propria.