Una Cantina e l'Asino con la marcia indietro

Una Cantina, lo Stagnaro, il Fabbro

 Adesso ti voglio parlare delle “Cantine”, locali per la vendita del vino, di produzione rigorosamente locale, che in occasione di particolari festività paesane, si trasformavano in trattorie (bettole).

Questa, all’angolo opposto alla sartoria, era la Cantina di “Mastro Pietro Senese”, un uomo non molto alto, robusto e dal carattere gioviale.
 Il locale-cantina era piuttosto disadorno: una damigiana di circa 50 litri sovrastava il banco vendita da cui si attingeva il vino, un lavandino per lavare i bicchieri, due tavoli con panche di legno e una mensola per contenere bicchieri e misure.
La caratteristica di questa cantina era la presenza di una zona “privé”: in fondo al locale due sottili pareti di legno celavano quest’angolo riservato, separato ad occhi indiscreti da una tenda.
Questo spazio era di solito riservato a persone “bene” di Curinga che, per il ruolo che ricoprivano, volevano godere indisturbati i loro momenti conviviali.
Frequentatori abituali di questo spazio riservato erano: Don Carlo Piro (Maestro Elementare ma anche sindaco di Curinga), Paonessa Francesco (Direttore delle Poste), Paola Antonio (anch’egli direttore di Poste), Giovambattista Gaudino (Impiegato Esattoriale), Sgromo Vito (Falegname) ed i giovani emergenti del momento Granata Antonio e Vincenzo Lo Russo.
Qualche altro faceva brevi apparizioni in questo gruppo di amici.
Spesso si spizzicava per far “scendere meglio il Vino” che l’Oste serviva.
Castagne, noci, lupini, arance e altro, costituivano gli alimenti che ognuno autonomamente portava con sé, a volte lo stesso Oste li teneva di riserva dietro il Banco e li forniva a chi ne faceva richiesta.
 Nel periodo autunnale le serate erano più allettanti perché il vino era accompagnato, dai “Funghi Fritti” che, preparati in casa, venivano poi consumati con gli amici dietro la famosa “Tenda Rossa”, così come ironicamente era definita.
Il numero dei Clienti era l’indice della qualità del vino che veniva venduto.
Le numerose cantine di Curinga in occasione della fiera dell’Immacolata diventavano “trattorie” dove era possibile accompagnare il vino novello con baccalà fritto, spezzatino d’agnello, olive schiacciate e sott’aceti vari, tutti di produzione locale.
 Procedendo verso Piazza Diaz, incontriamo la Bottega da Stagnino di Giuseppe Ciliberto, esperto nella lavorazione della lamiera con la quale costruiva contenitori per l’olio di varie dimensioni (giare), oliere da tavola, formine per dolci e ogni tipo di contenitore al quale dava sempre un tocco artistico e un aspetto gradevole e fine nonostante di materiale non pregiato; il tutto era realizzato con scarse attrezzature quali pinza, martello e saldatore.
Il locale era angusto e prevalentemente occupato dai prodotti finiti che erano accatastati fino alla vendita che normalmente avveniva in occasione di fiere.
Ad essi si aggiungevano quelli prodotti su commissione, che spesso sostavano nel caso in cui l’acquirente al momento non disponeva del dovuto. 
Il banco da lavoro era di piccole dimensioni e a forma quadrata che veniva posizionato sempre in prossimità della porta d’ingresso per meglio sfruttare la luce del giorno.
Il Sig. Ciliberto era un uomo taciturno, parlava poco, sempre impegnato nel suo lavoro che portava avanti onestamente e dignitosamente.
Che io ricordi in Curinga, c’era solo un altro “Stagnino” (Mastru Cicciu) che svolgeva la sua attività in un locale posto dietro la Chiesa dell’Immacolata, lungo Via Nazionale.
 Di fronte ricordo la “forgia” di Domenico Calvieri, un altro lavoratore del ferro che si dedicava, come gli altri, alla ferratura di muli, asini e cavalli.
In alcuni periodi si dedicava anche all’affilatura di utensili da campagna o di coltelli necessari per “uccidere il maiale”.
Zappe, accette, roncole ed alari per i camini erano i prodotti principali che erano prodotti in questa bottega.
Un particolare distingueva questa bottega dalle altre: il “mantice” che serviva per alimentare il fuoco e funzionava a pedale, gli altri usavano una ventola azionata da una manovella manuale.
Anche in questa bottega l’operazione di ferratura avveniva in strada con grandi rischi per i passanti.
 
Un generi Alimentari, un Calzolaio, la Cantina
 
I locali dello Studio Fotografico, ai miei tempi, ospitavano un rivenditore di Generi alimentari e una bottega di Calzoleria.
Il primo era gestito dai genitori dell’attuale fotografo, Giovambattista Currado e la moglie donna Beatrice.
Oltre ai generi alimentari il negozio era fornito di calzature da lavoro (stivali di gomma) e rappresentava il deposito all’ingrosso ed esclusivo della “Birra Peroni” che veniva distribuiva poi a tutti gli altri commercianti del luogo.
 Il negozio era gestito prevalentemente dalla moglie perché il sig. Currado spesso era occupato nei centri vicini (Pizzo, Nicastro), avendo un “Camion Leoncino”, proprio per rifornirsi delle provviste che poi avrebbe distribuito ai vari negozi. Disponeva inoltre di un deposito di materiali per l’edilizia che riforniva i vari costruttori.
  La bottega di calzoleria che si trovava a fianco era di Antonio Currado. Non c’è da meravigliarsi che i Calzolai erano tanti in Curinga perché all’epoca, nei piccoli centri, non esistevano negozi di calzature ed erano proprio gli artigiani calzolai che oltre alla riparazione provvedevano alla costruzione delle scarpe, soprattutto da uomo.  Queste calzature, in genere erano le uniche possedute, dovevano rispondere ai requisiti di comodità e resistenza, dovendo durare nel tempo e spesso passare da un fratello all’altro.
Per favorire la durata, le suole erano munite di “attacci” (grossi chiodi), “parapunte” e “paratacchi” (semilune metalliche applicate proprio sotto la punta e il tacco della scarpa).  Le donne si fornivano nelle vicine città di Nicastro o Pizzo, ma non era per niente facile perché anche la scarsità dei mezzi di trasporto poteva costituire un problema.
I nostri calzolai una volta prese le misure provvedevano nel giro di poco tempo a costruire le calzature, forse non proprio all’ultimo grido, ma di sicuro con materiali di pregio e resistenti nel tempo.   La porta a seguire ospitava la Cantina della Famiglia Bruno Sgromo che era una cantina in pianta stabile, nelle quale si vendeva solo vino di produzione propria.
Al pari dei calzolai, Curinga contava un discreto numero di cantine dislocate nei vari rioni o, più precisamente dove il produttore aveva il “magazzino” da adibire a cantina … ti spiego meglio: oltre agli osti di professione, il vino veniva venduto anche da quei contadini che, coltivando la vigna per i propri bisogni, producevano la quantità di vino superiore al necessario. Da precisare che un fazzoletto di vigna a Curinga lo possedevano tutti i contadini!
Questi “osti occasionali” potevano vendere il loro prodotto dietro pagamento di una tassa chiamata “dazio” e la cantina era costituita proprio dal magazzino, dove abitualmente erano custodite le provviste che, per l’occasione, era attrezzata con un tavolino, dei bicchieri e le classiche misure.
La presenza sulla porta di un ramoscello d’ulivo con una bottiglietta indicava la presenza di una “nuova cantina” e anche del tipo di vino venduto, bianco o rosso.
Naturalmente l’apertura era limitata alla durata del quantitativo da vendere, poi la “frasca” era tolta. Le varie cantine rappresentavano per molti avventori un luogo di ritrovo e non semplicemente un posto per bere.  Una caratteristica era il gioco a carte (in genere si trattava dei soliti quattro amici) con in palio, naturalmente, un certo quantitativo di vino a carico dei perdenti e bevuto però secondo il criterio del “patruni e sutta”. 
A volte qualcuno, con questo sistema, rimaneva escluso dal bere e si diceva “restau all’urmu”. Restare a bocca asciutta costituiva motivo di derisione che, in alcuni casi, portava a vere inimicizie.
L’Asino con . . . retromarcia
 
Questa porta, che rivela tutti i segni del tempo, nei miei ricordi custodiva un laboratorio artigianale con il classico telaio curinghese, operante secondo i ritmi scanditi dalle campane della vicina chiesa dell’Immacolata: dal mattutino al vespro.
In questo periodo, devi sapere, si lavorava ininterrottamente, durante quelle che potremmo definire “pause” dal telaio, la donna doveva provvedere alla gestione della casa e della famiglia. 
Le “donne di casa” (casalinghe), un tempo, terminavano la loro giornata lavorativa nel silenzio della notte: quando tutta la famiglia già riposava, rigovernata la cucina, si doveva predisporre il lavoro del giorno dopo sistemando il filato in matasse sui rocchetti (inchjira i canniegghji), si rifinivano le tele già tessute con intrecci “macramè” o “orlo a giorno” (puntu ngiornu) fino a quando l’ultimo ciocco nel camino si spegneva e rimaneva ancora qualche ora da dedicare al riposo prima dell’inizio del nuovo “mattutino”.
In epoca anteriore, come raccontava mio padre, questo magazzino di proprietà di “Mastro Giovannangelo Vono”, era adibito a varie attività.
Nonostante le contenute dimensioni ospitava il palmento per pigiare l’uva e il torchio nonché botti, damigiane e quant’altro era necessario oltre che per la produzione anche per la vendita del vino.
In un angolo vicino alla porta era relegato il banchetto da calzolaio con tutto il necessario per svolgere l’attività.
Il locale accanto, ad angolo Vico Pietrapiana, molto ma molto angusto, anch’esso di sua proprietà, conteneva una mangiatoia e un soppalco per deporre il fieno. Questo perché, il magazzino, fungeva anche da stalla per ospitare l’asino.
 Per lo spazio angusto la possibilità di movimento era limitata al punto tale che, dovendo mantenere lo stesso verso di entrata, per uscire l’asino doveva “innestare la retromarcia”.
Nel vicoletto di via Pietra Piana troviamo un’altra cantina, quella di Domenico Gullo, dove era possibile giocare anche a carte, prossima a quella di Bruno Sgromo di Corso Garibaldi e quella di Pietro Senese di Salita Martiri.
Ti chiederai come mai ci fossero tante cantine in un piccolo raggio, ma se ci fai caso, sono tutte su strade diverse perché a quei tempi, per ottenere la licenza di vendita, era necessario che sulla stessa via non esistesse un esercizio dello stesso genere.
A questo proposito, nel “Passo” (sotto casa Ciliberti), Domenico Piro, nel locale di proprietà diventato poi Biblioteca, Bar, Macelleria …, per ottenere la concessione di licenza, ha addirittura costruito un muretto, ancora esistente, per cui il locale da Corso Garibaldi si è ritrovato in Piazza Immacolata.