Vincenzo Sestito

Scheda completa di: VINCENZO SESTITO


Sono stato anch’io discepolo del maestro Vincenzo Sestito, sebbene abbia fruito dei suoi insegnamenti soltanto nell’ultimo anno della sua lunghissima carriera di docente, quando frequentavo la seconda classe elementare. Proprio quell’anno, alla veneranda età di settantatrè primavere – era nato a Curinga da Emanuele e Palma Votta il 5 luglio 1877 – lasciava l’insegamento colui che per oltre mezzo secolo era stato l’educatore per antonomasia, il simbolo di una scuola illuminante il cui spirito veniva interpretato con la coscienza che l’educazione e le conoscenze impartite nel corso della scuola elementare, per gli alunni, sarebbero rimaste, non considerando quelle naturali della famiglia e dell’ambiente, le uniche per tutta la vita Il suo nome era una garanzia ed un biglietto di visita di sicuro affidamento per chiunque avesse avuto bisogno di dar prova di una preparazione indiscutibile: “Ho conseguito la licenza elementare sotto la guida del maestro Sestito”, oppure, “Ho frequentato la ‘Sesta’ diretta dal maestro Vincenzino Sestito” potevano essere le frasi guida su cui poteva scivolare più fluido il colloquio d’esami per l’accesso ad un impiego o ad una carica di responsabilità che richiedessero cultura generale vasta e competenze specifiche sicure.
Un mito per generazioni e generazioni di allievi!
Era il 1950 quando cedeva il testimone del suo magistero educativo certamente ad uno dei più degni allievi ed erede spirituale, il prof. Vincenzo Sgromo, che ne ha continuato l’opera con lo stesso zelo, la stessa abnegazione e lo stesso impegno nel trasmettere agli alunni tutti quegli insegnamenti che sarebbero stati capaci di recepire con l’intento di dotare le loro menti e i loro cuori d’inesauribili risorse capaci di assicurar loro successo in qualsivoglia campo operativo si fossero cimentati.
Ogni qualvolta la mia mente rivisita quel periodo, mi balza sempre davanti agli occhi della memoria quella sua figura ascetica che puntualmente ogni mattina appariva gradatamente da dietro il muricciolo che costeggia via Serra di Ciancio e si stagliava per breve tempo nel sole, affiorante alle spalle da dietro i tetti, i cui raggi ne disegnavano per un attimo i contorni del busto con un merletto di luce, prima che egli entrasse nella fascia d’ombra proiettata dal vetusto palazzo Panzarella, posto nell’angolo di confluenza di detta strada con via Notarcola. Allora la sua figura risultava più percepibile per il contrasto tra il nero del cappello e della giacca ed il bianco della camicia, con l’immancabile colletto di seta lucida e inamidata, cui si aggiungevano i candidissimi baffi che accendevano il rosa delle sue guance ineccepibilmente rasate. La maestosità del suo portamento e l’eleganza del suo incedere erano espressione di equilibrio interiore che penetrava chiunque entrava in rapporto con lui.
Si avvertiva intanto il rumore sommesso dei suoi passi misurati e lenti, ma sicuri, sul selciato perché all’esclamazione “il maestro!” del compagno che per primo intravedeva gli inconfondibili tratti di quella ieratica andatura, tutti ci premuravamo di assumere compostezza e silenziosa posizione di attesa rotta dal corale “buongiorno, signor maestro!” cui seguiva il frenetico assieparci all’entrata.
E come la porta si schiudeva venivamo investiti da un’onda intensa di profumo di matita che si sprigionava dall’aula come se le pareti, dopo averlo assorbito per tutto il giorno, durante la notte lo avessero riciclato per lanciarcelo addosso con la delicata violenza di una manciata di petali olezzanti. Quell’odore pungente di scuola ci penetrava l’anima e sollecitava in noi, non senza una stretta al cuore, fiduciosa euforia, sicurezza, speranza infinita nell’avvenire.
Il tono pacato e suadente della sua voce accompagnava la giornata scolastica costantemente illuminata dai suoi interventi esplicativi precisi, trasmessi con parole semplici, ma scandite sempre con una chiarezza unica, intrisa di carezzevole, vellutata sonorità, ed enunciate con una maestosità sacerdotale che conferiva prestigiosa autorevolezza ad ogni insegnamento ed un senso di diffusa austerità a quell’ineffabile atmosfera di laboriosa, serena collaborazione. Nello stesso tempo, c’infondeva nell’animo gioia d’apprendere, passione per lo studio, inebriante desiderio di luce, voglia irrefrenabile di sublimare la dimensione della nostra vita attraverso il sapere. Quel vibrato accento che caratterizzava il suo dire evocava in noi misteriose risonanze che si fondevano all’impercettibile fruscìo di tènere fantasie veleggianti verso arcani mondi, eccitavano suggestive sensazioni di magiche promesse…
Si operava circonfusi da un alone di paterna presenza, stimolante e protettiva, consacrato dalla grande venerazione nostra per lui. Venerazione che trovava riscontro nelle famiglie poiché, nella maggior parte dei casi, egli era stato l’educatore dei fratelli più grandi o dei padri stessi per cui a casa si veniva iniziati al culto del maestro.
“Severo”, “rigoroso” sono le valutazioni ricorrenti che mi colpiscono quando sento parlare di lui, anche se accompagnate puntualmente, ora a note chiare ora velate, da espressioni di profonda ammirazione, di immensa gratitudine e di commovente devozione. Eppure io di lui conservo nitida la memoria di una figura deamicisiana di maestro.
Tra i ricordi indelebili rimane la rituale, mattutina integrazione dell’inchiostro nei calamai fissati allo scrittoio: era l’unico insegnante a sollevare gli scolari dall’incomodo peso di portare da casa la caratteristica boccettina contenente il nero liquido in cui intingere la penna, che puntualmente, nei casi più fortunati, ci macchiava soltanto le mani.
Se qualche alunno si assentava a lungo perché ammalato, si recava a fargli visita ed esortava anche noi a fare altrettanto. Procurava egli stesso, forse attraverso l’ente comunale per l’assistenza, flaconi di vitamine che faceva sorbire personalmente ad alcuni compagni che, specialmente nei periodi di convalescenza o di particolare debilitazione, avevano bisogno di qualche ricostituente.
E che dire dell’accoglienza che riservava, in tempi molto più tristi, come mi ha più volte raccontato l’amico Giulio Perugino, suo genero, ai ragazzi che arrivavano da Montesoro dopo aver guadato il torrente Turrino ed essersi inerpicati per l’erta mulattiera che da Pomillo sfocia in via Roma, proprio dietro l’abside della chiesa Matrice. Nelle giornate particolarmente rigide e piovose dell’inverno li attendeva sull’uscio e li ospitava in casa, intirizziti e spesso fradici di pioggia, perché si ristorassero al tepore del camino, senza tralasciare di offrir loro qualche tazza di latte caldo e qualche biscotto.
Eccelleva, il maestro Sestito, in un’altra attività che svolgeva nel tempo libero con valentia perchè le opere che ha lasciato sono di eccezionale pregio artistico, non solo storico e sociale. Intendo del suo interesse per la fotografia cui si dedicava con passione e straordinaria competenza tanto da organizzare in una stanza della sua abitazione un attrezzatissimo laboratorio per lo sviluppo e la stampa delle istantanee. Numerose sono le foto che ci sono pervenute e la loro qualità ci autorizza a definirle dei veri e propri capolavori per tecnica di esecuzione, nitidezza d’immagine, soggetto di ripresa. Rappresentano, inoltre, rare e significative tessere di lettura della vita sociale, culturale ed economica del tempo, vale a dire, della storia del nostro paese, documenti preziosi e indispensabili per il recupero della memoria del nostro passato.
Coadiuvava il dott. Sebastiano Serrao, ufficiale sanitario del Comune, soprattutto durante la campagna di distribuzione dell’antimalarico Gullo, preparato dal farmacista curinghese dott. Sebastiano S. T. Gullo, nel periodo in cui l’anofele imperversava nella piana di Santa Eufemia Lamezia: alcune fotografie di straordinaria eloquenza si riferiscono a questo servizio sociale reso, con encomiabile spirito missionario, in favore delle nostre popolazioni.
Si distingueva ancora per la facondia e le capacità oratorie e il suo dire assumeva toni solenni e commoventi allorquando si celebravano eventi patriottici o si esaltavano le meritorie opere di qualche persona defunta, i relativi pregi, le sue virtù. Tesseva gli elogi funebri con parole ispirate e toccanti che suscitavano emozioni profonde e consolatrici.
Fu indefesso promotore di iniziative di grande interesse culturale e sociale. Diede il suo autorevole e qualificato contributo alle rappresentazioni teatrali della Compagnia Filodrammatica della nostra cittadina di cui, forse, fu anche uno dei fondatori. Organizzava gli spettacoli, guidava gli attori, suggeriva le battute, svolgeva, più semplicemente, la funzione del regista.
Subito dopo la Grande Guerra, guidò il Comitato che si costituì con lo specifico intento di far erigere il monumento ai figli di Curinga caduti per la Patria, monumento innalzato nella villa comunale ed inaugurato nel 1924
In quello stesso periodo, si occupò di bachicoltura e fece importare semi di ottima qualità propagandando fra la gente sistemi più razionali di allevamento che richiedevano la costruzione di appositi graticci e l’uso di carta da parati. Le innovazioni caldeggiate non riscontrarono il favore degli allevatori per i costi elevati, soprattutto se si considera che la produzione della seta era limitata all’uso familiare e solo per assicurare alcuni pregiati capi di corredo alle ragazze prossime alle nozze.
Dopo il suo ritiro dall’insegnamento, suggellato dal conferimento della medaglia d’argento da parte del Ministero della Pubblica Istruzione, ha continuato ad impegnarsi ancora in campo sociale, ma, gradualmente, com’è nell’ordine naturale dell’esistenza umana, le sue apparizioni ufficiali vanno rarefacendosi. Col passare degli anni le sue sortite si riducono alle quotidiane passeggiate costellate di innumerevoli, brevi soste per rispondere, alla sua maniera, ai saluti riverenti di quasi tutti i Curinghesi: si informava della loro salute e di quella dei familiari, del loro lavoro, della carriera scolastica dei figli o della loro attività… rievocando qualche particolare relativo alla vita scolastica di ciascuno o qualche significativo aneddoto, a conferma della sua brillante lucidità mentale, della sua formidabile memoria.
Ma, all’improvviso, inesorabilmente gli eventi precipitano:un mese dopo aver festeggiato l’ottantasettesimo compleanno, colpito da ictus cerebrale, si spegne in casa della figlia Maria, a Catanzaro.
È il 6 agosto 1964.
La salma viene traslata a Curinga dove, nella più austera semplicità si svolgono i funerali.
La cittadinanza tutta accompagna all’ultima dimora il Maestro: è un’oceanica, matura scolaresca che si snoda dietro la bara in silenzio, un silenzio religioso imperlato a tratti di sincere, commosse lacrime: con lui se ne stava andando un lembo di cuore di ciascun curinghese.
Martino Granata.