La Mia Baracca
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A "BARRACCA" MIA. (di Er. Ga.) E’ un sogno ricorrente, un carro trainato da Buoi, quello di “Vinanzu” che ci portava al mare dopo essere partiti da casa in piena notte, verso le due per raggiungere il mare all’alba; era una vera avventura. Durante il viaggio, era d’obbligo una sosta presso “li Serini”, perché lì, c’era una zona paludosa che i buoi, con grande difficoltà ma, con grande abilità del loro padrone riuscivano a superare solo dopo essersi riposati, rifocillati e abbeverati. Non strade asfaltate ma terra battuta e polvere da tutte le parti; non strade trasversali sul nostro litorale marino e neanche la strada nuova, ma solo la strada vecchia e il vecchio piazzale dove, l’autobus di linea di Vito Mazza faceva sosta. I Buoi non ce la facevano a trainare il carro sulla sabbia e fino al punto in cui si era deciso di costruire la capanna per cui, era già sofferenza trasportare ogni cosa a spalla e con fatica, dal piazzale fino al luogo scelto che, per la famiglia Gaudino, non era mai vicino perché, a Don Battista, piaceva stare all’ultima Baracca. La mia,di Baracca, fu solo agli inizi degli anni sessanta perché prima, era semplicemente una “Capanda” . Mio padre mi diceva che noi eravamo fortunati perché la nostra capanna era “de Vuda” , una sorta di fibra naturale usata per lo più per sistemare e fare impagliature di sedie ma, aveva il pregio di essere fresca e contemporaneamente , non faceva passare l’acqua; era di ottima impermeabilizzazione. La forma della nostra Capanna era quella di un “Trullo Pugliese” con un lungo palo al centro dal quale si dipartiva il tetto , spiovente e a forma di cono. Spesso a base cilindrica e ad altezza di uomo, presentava uno spazio interno tale da contenere tre grandi letti: uno per i genitori, uno per le due figlie femmine ed un altro per i tre figli maschi. Nello spazio restante, una cassapanca in legno che conteneva tutti i nostri beni alimentari estivi: soppressate, provole, formaggi, zucchero, caffè ecc. e sopra di questa, due grandi sacchi ricolmi di pane il primo e di “Viscottina” il secondo. Che fragranza, al mattino, quel latte appena munto dalle capre di passaggio sulla nostra spiaggia e quei biscotti inzuppati dentro; una delizia ormai scomparsa. La nostra capanna era quindi una delle migliori , fatta come quella dei “massari delle vicine campagne” perché le altre, erano costruite con restuccia o felci appositamente raccolti. Le felci avevano l’inconveniente di sbriciolarsi dopo appena qualche giorno perché, il sole di agosto, ardente, le seccava cambiando il verde colore in un marrone scuro rendendoli fragili. Era la gioia dei giovani e dei bambini quando, a fine stagione, tutta la paglia e le felci ormai in disuso, si trasportavano verso la riva per fare dei grandi falò. Le “Barche ardenti” sul mare venivano fatte con canne di sostegno , tanta paglia e restuccia messa sopra, accesa e spinta in mare. Il vento del levante spingeva al largo questi falò che duravano per parecchio tempo accesi , e per tutti era una grande gioia ma accendeva anche un velo di malinconia perché consapevoli che l’estate stava per finire. Ricordo il risveglio mattutino che, come per abitudine , si compiva con la prima visita al mare per lavarsi i piedi, le mani, la faccia ,poi, la “Suppa” e via a raccogliere legna con cesti per poter accendere il fuoco col quale fare da mangiare. Il gas non c’era. L’acqua potabile bisognava andare a prenderla alla “Sena” che, ogni rione costruiva ad inizio stagione, con grande lavoro di braccia, scavando una buca enorme, dietro le baracche, tanto profonda da raggiungere e superare il livello del mare . L’esperto del mestiere, una volta raggiunta l’acqua, depositava sul fondo dei grandi tubi in cemento, verticalmente, tanto da pescare per uno o più metri nell’acqua dolce. Altri tubi venivano poi depositati l’uno sull’altro fino a raggiungere un livello tale, da poter attingere acqua con un piccolo secchio legato ad una canna, abbastanza lunga , immergendo , sollevando e versando l’acqua nei recipienti. La cooperazione ha portato, negli anni a seguire, a “piccoli sacrifici economici” per poter comprare una “Pompa a Manovella” , molto più sbrigativa e pratica da usare. Le dolenti note arrivavano a fine stagione quando la Sena veniva ricoperta e chiusa perché la maggior parte delle famiglie rientrava al paese perché “ avevano finito le ferie”. Ciò accadeva al primo temporale estivo che, sistematicamente, avveniva tra il 20 e il 25 di agosto e al quale poche famiglie sopravvivevano all’accampamento. La nostra famiglia, per tradizione , rientrava al paese l’8 di settembre, e si può solo immaginare quale e quanta fatica bisognava fare per solo approvvigionarsi di acqua potabile. L’unica, era il “Pozzo de li Serini”; Pozzo messo in funzione attraverso un lungo palo di legno al quale si legava l’Asino che, girando attorno, faceva discendere e risalire, attraverso argani e ruote coniche dentate , una serie di contenitori di lamiera che si immergevano dentro l’acqua riempiendosi e solo quando raggiungevano la sommità , capovolgendosi, si svuotavano restituendoci una fresca acqua potabile. Quando l’Asino non c’era, e ciò capitava spesso, bisognava darsi da fare per girare a mano il lungo palo per poi riempire i nostri contenitori. Per noi non era un problema perché, a prendere l’acqua, si andava sempre in tre ed il ruotare il palo diventava un gioco ed un passatempo. La prima Barca vista da vicino fu quella “ de lu Zziu Paulu” uomo mite di carattere e molto buono che viveva e sopravviveva di pesca e di piccole gite in barca fatte a persone del posto in cambio di un semplice tozzo di pane o di “ dui Viscottina”. Don Carlo Piro, Don Ciccio Paonessa, Don Battista Gaudino, Mastru Pietru Senese, Don Lucciu, e Don Pierinu Peruginu; era questo il rione che, di anno in anno si formava e si ritrovava come se il tempo non fosse mai passato. Vennero poi le Barche di Don Luccio e la SeTur I (Senese Turquasso) con le quali, grandi pescate con le reti e con la lenza a mano, hanno fruttato tantissimo. Lu Zziu Paulu, ci ha insegnato non solo a legare ami e costruire lenze con le quali pescare ma anche tempi e modi di pescare; ed è stato un ottimo insegnamento perché ancora oggi, quegli insegnamenti ci sono spesso di aiuto. Il mare era veramente pescoso perché, con mezzi rudimentali, si riusciva sempre, o quasi sempre a fare un ottimo pescato. Ndoni era un altro personaggio di questi anni ’50; attraversava, a piedi, l’intero Golfo di S. Eufemia, da Pizzo a Gizzeria e viceversa, con sigaretta in bocca, bombe in tasca ed un sacco a tracolla. Le bombe le faceva brillare su passe di cefali o di sarde o di alici o di quant’altro ancora per poi raccogliere il tutto tuffandosi e riempiendo il sacco in apnea. La raccolta era libera, in costume e con le mani si raccoglieva il pescato e per i ragazzi era una continua sfida in apnea per prendere ciò che Ndoni, volontariamente lasciava. Ricordo ancora un marinaio Pizzitano che, con lo stesso metodo delle bombe, in prossimità del fiume Randace, con l’intento di colpire un branco di pesce, la bomba scoppiò prima del dovuto e , nella deflagrazione, gli asportò un braccio per intero. Sono solo vaghi ricordi, come nel ricordo e nella mente rimangono quelle onde gigantesche che spingevano l’acqua ben oltre le nostre capanne , entrando da una porta, attraversando l’altra andando a spegnere il fuoco acceso in cucina che si trovava alla opposta estremità. Anche in queste occasioni la nostra povertà non si smentiva perché era un viavai continuo di persone lungo il litorale con l’intento di trovare qualcosa che potesse sollevare la vita di quel giorno. Tavole di legno e scarpe con suole di Caucciù erano le cose più ambite perché facilmente riciclabili. Pedane in legno, tronchi d’albero, lunghe tavole di lontani relitti, barattoli di schiuma da barba con scritte in inglese o tedesco, incomprensibile, erano le cose nelle quali più facilmente ci si imbatteva. Il bello di tutto questo, era il vero contatto con la natura; “un costume indossato a Luglio e tolto a Settembre” ed il sole era vera salute perché mai, durante l’inverno, un raffreddore o solo decimi di febbre ci colpivano. Una ultima citazione per un Omino piccolo, anziano ed innocuo soprannominato: “Vecchia”. Nessuna ha mai saputo quanti anni avesse ma, di certo, era di età avanzata e si presentava anno dopo anno, sempre nelle stesse condizioni, con lo stesso vestito , con lo stesso volto, con la stessa disinvoltura, con la stessa struttura fisica come se per lui, il tempo non fosse mai passato. Tutti facevano illazioni sull’età di questo piccolo uomo: chi gli dava 70 anni, chi 80 e chi addirittura 90 o 100; nessuno , in realtà, ha mai saputo quale fosse la sua vera età, forse neanche lui la conosceva. Era comunque di una sensibilità estrema tanto da suscitare ,in tutti, tanta tenerezza. Non ha mai dato fastidio a nessuno perché ha sempre saputo stare al suo posto: dormiva su giacigli fatti di sabbia, o di semplice paglia e solo in rari casi sotto decenti coperte. Per tutti ha avuto sempre buone parole e a tutti ha dato consigli di vita. Girovagava di anno in anno lungo il litorale tra Pizzo e Falerna, con un piccolo fardello sulle spalle ed una canna o legno in mano che gli servivano non solo come appoggio fisico ma anche per rovistare tra le cose cacciate fuori dal mare. Era in molte occasioni il terrore dei bambini, non perché malvagio o cattivo ma perché, le mamme lo additavano contro i figli quando questi si dimostravano disubbidienti o non volevano mangiare. Chiamo “Vecchia” ,dicevano, e ti faccio portare via da lui; e ciò bastava per rendere più giudiziosi e comprensivi tutti. |


