Rivolta di Reggio 13-7-2010
Regionalismo e Rivolta di Reggio
Luglio 1970, la storia e le aspirazioni tradite quarant'anni dopo
COSA RIMANE DI QUEI GIORNI
di LUIGI LOMBARDI SATRIANI
IL 14 luglio di quarant'anni fa il sindaco di Reggio Calabria, Piero Battaglia, fece "rapporto alla Città"in cui informava i suoi amministrati delle decisioni prese a livello governativo a proposito del Capoluogo della nostra Regione: Catanzaro, sede della Corte d'Appello, avrebbe avuto tale ambito riconoscimento. Fu la scintilla, che fece divampare un grande incendio: proteste, barricate, sussulti autonomistici di quartieri della Città (vennero proclamati in quei giorni la Repubblica di Sbarre, la Repubblica dei Ferrovieri, il Granducato di Santa Caterina), scontri con polizia e altre forze dell'ordine, con tragiche conseguenze di morti e feriti; invio dell'esercito da Roma, un'intera nazione che assisteva stupefatta all'esplosione di una rabbia che sembrava indomabile. Vi fu chi proprio cavalcando tale rabbia costruì la propria fortuna politica (il sindacalista della Cisnal Ciccio Franco), uomini politici calabresi e non, di notorietà nazionale vennero impiccati simbolicamente (ricordo di aver visto pendere dai fili su un viale della cità fantocci rappresentanti Riccardo Misasi, Giacomo Mancini, Franco Restivo - allora Ministro degli Interni-, mentre Gaetano Cingari, deputato del reggino, venne accusato di non aver saputo difendere gli interessi della città e quindi punito con la mancata rielezione al Parlamento. I quotidiani nazionali inviarono sul fronte della rivolta i loro giornalisti che si sbizzarrirono in resoconti che attingevano al Far West e al pittoresco, non a caso il politico Giuseppe Reale nel suo "Reggio in. fiamme" (Edizioni Parallelo 38,1970) parlò della rivolta rievocando i tempi del suo trasporto giovanile per 'Tom Mix e gli eroi del West. Non tutti naturalmente cedevano alle lusinghe della rappresentazione pittoresca; ricordo ad esempio un saggio di Pino Ferraris e gli articoli di Alfonso Madeo (Corriere della, Sera) e Valentino Parlato (II Manifesto), ma il clima generale era dominato dallo stupore, dall'indignazione ideologica (prevalentemente nel PC e in altre organizzazioni della Sinistra), dalla strumentalizzazione politica (le forze della Destra) e l'atteggiamento ironico di quanti erano realmente sorpresi che si potesse giungere a tanto per una decisione di carattere burocratico - amministrativo.
Nel primo periodo della rivolta mi trovavo a Roma (sin da allora alternavo costantemente soggiorni romani e soggiorni meridionali, fra l'altro insegnavo Storia delle Tradizioni popolari nell'Università di Messina) e ricordo che anche io ero profondamente sorpreso dall'intensità della protesta reggina. Rientrato in Calabria, anche dopo aver parlato con alcuni amici di Reggio (tra i quali il giudice Macrì) che testimoniavano cosa la rivolta potesse significare vista dall'interno, mi recai più volte a Reggio (avendo cura di lasciare lontano dalla città la mia auto allora targata CZ e quindi appartenente a una provincia ritenuta rivale e nemica), parlai con numerosi rivoltosi e acquisii molta documentazione, volantini, manifesti, stampa locale, fotografie. Riflettendo sulle interviste, sui valori e i temi culturali che esse testimoniavano e sulle loro profonde connessioni con tratti essenziali della cultura folklorica calabrese, compresi che si trattava di un fenomeno estremamente articolato e complesso e che era ingiusto e riduttivo liquidarlo con un perentorio giudizio come prevalentemente veniva fatto. A titolo esemplificativo, poteva sembrare strano che i rivoltosi nei giorni più caldi si impadronissero della statua della Madonna della Consolazione, la portassero in processione e giunti in Piazza Prefettura facessero voltare le spalle della statua stessa rispetto al Palazzo dell'Istituzione in segno di ostilità e di disprezzo, ma tale gesto si rivelava estremamente coerente con quella tradizione popolare che aveva visto nei secoli il popolo coinvolgere nei suoi sentimenti e nelle sue richieste le statue religiose.
All'esterno appariva eccessiva la violenza con la quale ci si scagliava contro i rappresentanti delle forze dell'Ordine, ma in numerose interviste mi venne ripetuto che avendo i rivoltosi posto in testa ai loro cortei le "proprie" donne, queste avevano subito l'oltraggio di carezze sul loro corpo, per cui la, rabbia era anche una reazione all'offesa arrecata al loro onore. Non importa se un particolare siffatto fosse vero o no, né io lo ritenevo verosimile, ma era importante che si pensasse e si ripetesse come cosa realmente accaduta; da ciò discendeva un'ulteriore legittimazione delle azioni di protesta.
Molta pubblicistica locale (da giornali a volantini e manifesti) utilizzava temi non strettamente pertinenti alla rivendicazione di Reggio capoluogo (ad esempio, non era un motivo valido per il riconoscimento la considerazione che la città sullo Stretto fosse situata sul 38°parallelo, ma tutta la produzione locale di quel periodo aveva la funzione di garantire la funzione di mediazione culturale che gli intellettuali locali svolsero per rapportarsi in qualche maniera al popolo della rivolta e trovare così, a propria volta, una loro funzione e legittimazione.
Tali tratti mi indussero a scrivere un volume, "Reggio Calabria - Rivolta e strumentalizzazione", pubblicato per la prima volta dall'Editrice Qualecultura di Vibo Valentia e in una seconda edizione, con un nuovo saggio introduttivo, dall'Editore Franco Angeli. Esso contribuì alla, riflessione su una serie di questioni che testimoniano come la problematica della questione meridionale, che alcuni vorrebbero radicalmente superata, sia ancora presente nella nostra società e solleciti pertanto tutta la nostra tensione conoscitiva.
Recentemente la rivolta di Reggio è stata oggetto di un'attenta riflessione da parte di un giovane studioso, Luigi Ambrosi, che a essa ha dedicato un'opera di accurata ricostruzione storiografica accompagnata da una apprezzabile sensibilità antropologica ("La Rivolta di Reggio", Rubbettino Editore, 2009).
Nella nostra temperie la memoria non gode, come sappiamo, di grande prestigio e l'oblio sembra più omogeneo al disegno complessivo di chi intende governare sudditi inconsapevoli piuttosto che cittadini che padroneggino il proprio passato e i tratti che lo caratterizzarono. Ritornare criticamente sul quarantennale della rivolta di Reggio, anche portando la propria testimonianza, può avere, quindi, un valore che superi la mera sottolineatura temporale cronachistica e si ponga come tentativo di effettiva riflessione. Ciò che mosse profondamente l'indignazione dei reggini, anche a, prescindere dalla loro stratificazione sociale, fu la sensazione di essere traditi dai propri rappresentanti politici e il convincimento che non si tenesse in alcun conto ciò che loro avevano sempre pensato indiscutibile: l'essere Reggio il capoluogo della Calabria. Il senso di una assoluta ingiustizia perpetrata ai loro danni indusse tanti e tanti a barricate e a esplosioni di ira e di protesta. Tutto ciò che avviene nella realtà va compreso nella fenomenologia esplicita e nelle motivazioni profonde, resistendo alla sindrome del giudizio e della collocazione ideologica. Forse la rivolta di Reggio Calabria ha ancora alcune cose da dirci.
Luigi Lombardi Satriani
Il Quotidiano



